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Startup in Italia? Se lo pensi lo puoi realizzare

Startup in Italia? Se lo pensi lo puoi realizzare

Una volta, nel corso di un’intervista, Mike Tyson disse: “Tutti noi abbiamo un piano da seguire nella vita, finché non si riceve un pugno in faccia”. Strano a dirsi, ma ironicamente questa immagine si applica ogni giorno anche al mondo del business, dove il consumatore rappresenta la nuda e cruda realtà, pronto a colpire qualora non sia soddisfatto delle proposte offerte dalle imprese. 


Spesso con l’espressione “imprese emergenti” viene associato il termine startup. Dunque, è da considerarsi questo il punto di inizio per una persona che vuole iniziare un'attività di business? 

 

1. Fare startup partendo dal gradino più basso 

Una startup prima di tutto è uno stato mentale, che nasce dal desiderio di rivoluzionare la realtà corrente utilizzando le più innovative risorse tecnologiche per sviluppare, soprattutto, soluzioni digitali. Possiamo immaginare una startup come una neo impresa che raggruppa differenti idee di business partendo da concreti bisogni ed esigenze e cercando di ottenere reali soluzioni, ottimizzando tempo e denaro. 


Tuttavia, le caratteristiche che distinguono una startup da una normale impresa sono senz’altro: la capacità di crescere, nello spazio come nel tempo, indipendentemente dal settore in cui opera; e la capacità di migliorare un prodotto, anche se già presente sul mercato, rendendolo più funzionale e competitivo.


2. Quando un’idea si trasforma in impresa

Il fatto che il concetto di startup sia comparso solo nel corso degli ultimi anni, non è da considerarsi legato esclusivamente all’ascesa di Internet e del digitale. Startup è sinonimo di innovazione, un concetto che nasce prima di tutto dallo studio e dall’osservazione di un problema che accomuna uno specifico target di consumatori. 


Per dare un valore aggiunto è necessario partire da aspetti pratici, bisogni reali che necessitano di soluzioni efficienti e alla portata di tutti, anche se questo può significare percorrere una via tortuosa prima di raggiungere il successo.  


Questo porta, infine, alla realizzazione di un nuovo prodotto. Bene o servizio, tangibile o meno, ma proporre una soluzione che sia valida e che possa sollecitare la curiosità e l’interesse del consumatore. 


3. Qual è la situazione in Italia?

Non è difficile credere che in Italia, si sia dovuto aspettare fino al 2008 per parlare di questo concetto per la prima volta, grazie a un articolo dell’AGI . Oggi in Italia sono presenti circa 7.000 neo imprese (circa lo 0,4% delle imprese italiane) distribuite su tutto il territorio, ma concentrate prevalentemente in Lombardia, Lazio, Emilia - Romagna, Veneto e Campania. Favorite dall’ascesa della digitalizzazione, queste startup abbracciano principalmente i settori di IT e Software, Ricerca e Sviluppo e Informazione. Oltre a queste macro sfere, sono in rapida crescita i tradizionali verticali del Made In Italy rivisitati in campo hi-tech come: food and beverage, moda, turismo e agricoltura. 


Inoltre, il settore delle startup produce un fatturato di 600 milioni di euro all’anno corrispondente allo 0.03% del PIL italiano. 

 

4. Dopo la fuga di cervelli c’è da aspettarsi la fuga di imprenditori?

Nonostante la lenta ma costante crescita di queste imprese nel territorio italiano dovuta (oltretutto) anche ad un incremento degli investimenti nazionali nel 2017, il risultato che appare dopo aver letto il report di Start Up Europe Partnership è deludente: l’80% delle Startup italiane fallisce entro i primi tre anni di vita.  Ma perché in pochi si stupiscono che in Italia figuri questo scenario? Che cosa rallenta l’Italia nella corsa verso l’innovazione, rispetto agli altri paesi? “Mancanza di fondi”, la risposta più gettonata. Senza sapere però che solo nel 2018 gli investimenti in startup sono stati “solo” 560 milioni di euro, quasi quintuplicati rispetto al 2017. 

Cosa c’è che non va allora? 


Qui si potrebbe aprire un mondo, ma tra tutte le critiche tre in particolare potrebbero far riflettere: la chiave sta nella cultura, nella propensione al rischio e nella burocrazia. In Italia, da sempre un  paese fortemente conservatore, il rischio viene associato al fallimento e questo implica essere marchiati come falliti dalla società. Contemporaneamente, è anche vero che gli investimenti pubblici dovrebbero essere più accessibili per i coraggiosi imprenditori che decidono di mettersi in gioco. Da ultimo, andrebbe rivista anche la lunga e complicata procedura fiscale e amministrativa, che purtroppo non incoraggia la nascita di nuove idee di business. 

 

In conclusione possiamo affermare con certezza che le possibilità, le risorse, ma soprattutto, il talento ci sono. In Italia si può e si deve continuare a provare. Ricordando che perfino il più terribile fallimento, anche il peggiore e il più irrimediabile degli errori, è di gran lunga preferibile al non averci provato.  

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